Discorso in occasione della mostra dedicata al Liberty

Intervento del Sindaco di Forlì – Roberto Balzani.

Discorso in occasione della mostra dedicata al Liberty
31 gennaio 2014

Con la mostra sull’arte al tempo della Belle Époque, il S. Domenico chiude un programma triennale dedicato al XX secolo: prima Wildt, poi lo stile Novecento e ora, con un balzo leggermente all’indietro, il Liberty nella sua accezione più vasta, d’incubatore del moderno. Un “moderno” indagato nel senso largo di gusto diffuso, di chiave di volta ideologica ed estetica, di temperie culturale. Figlio di un mondo ottimista e progressista, seppure percorso dai brividi anticipatori della crisi di fine secolo, il Liberty sarebbe sopravvissuto alla carneficina della Grande Guerra attraverso l’estetismo déco, il ripiegamento sofisticato di un’élite non più all’avanguardia, e semmai preoccupata di recuperare una cifra intellettuale “alta” in un universo dominato dalle piazze, dalle masse, dai modelli di consumo collettivi, dalle prime autentiche mode. E’ stato scritto che gli anni Venti furono il primo decennio della storia: allora, per la prima volta, il ritmo vitale delle generazioni cominciò a fluire cadenzato da blocchi di dieci anni, e non più dai secoli o dall’impronta di grandi personalità, com’era accaduto fino ad allora. La velocizzazione della percezione dell’esistenza interessò non più solo gli artisti o gruppi particolarmente avvertiti di tecnici o di letterati rabdomanti, ma si diffuse rapidamente per il mondo, contaminando tutti. Ognuno, da allora, avrebbe cercato di inquadrare la propria vicenda all’interno di categorie temporali mai più abbandonate (ed oggi divenute consuete): gli anni Quaranta, gli anni Sessanta, ecc.
Il Liberty si spense in quel momento: evaporò, cioè, quando il gusto, trasformatosi in un bazar di beni mercificati e dozzinali, ormai separati in via definitiva dall’arte d’élite, interruppe l’idea di un progresso indefinito sul quale avvitare le storie di ciascuno. I decenni sarebbero stati
scanditi da musiche, da film, da mode, da pettinature, da auto, da guerre, da paci: non avrebbero più avuto bisogno di appoggiarsi a una koinè transnazionale in grado di unificare il pianeta così come, fino al giugno 1914, avevano fatto i cavi telegrafici sottomarini, i giornali, le grandi navi mosse da potenti turbine, le esposizioni universali. Tutto ciò che aveva intessuto l’integrazione mondiale all’epoca della prima globalizzazione – una globalizzazione tutta europea e occidentale, se è vero che circa l’84% delle terre emerse appartenevano fisicamente (alla vigilia dei colpi di pistola di Sarajevo) a potenze del Vecchio Continente – era stato incartato in una sfavillante confezione liberty, in grado di soddisfare quel bisogno di stupore, di abilità tecnica, di riproducibilità indefinita e di superiorità culturale che sembrava porre oggettivamente gli Stati-Nazione conquistatori all’alba di una fase d’imprevedibile sviluppo.
Continueremo a seguire questo percorso, legando a questa mostra, nel prossimo autunno, una testimonianza tratta dal nostro patrimonio, che ci consentirà di connettere il filone forlivese all’expo milanese del 2015. Si tratta di un fondo archivistico e documentario di un testimone d’eccezione, Tito Pasqui, tecnico, politico e intellettuale forlivese, inviato dalle amministrazioni locali, a cavallo del secolo, ad osservare le esposizioni universali in giro per l’Europa. Il frutto delle sue osservazioni e degli oggetti anche minimi – dalle piante ai menu, dai biglietti dei tram alle occasioni mondane – da lui raccolti e conservati con la tipica mania del collezionista, ci restituiscono in pieno la vivacità e il “progressismo” naturale di questo mondo, di questo gusto, di questo contesto. Le proporremo ai nostri cittadini, perché gl’itinerari culturali non debbono essere occasioni isolate, ma opportunità per comparazioni, rilanci, riscoperte. Questo è il senso, a mio avviso, di una politica culturale dialogante in permanenza con tre interlocutori privilegiati: l’ambiente esterno – regionale, nazionale e oltre -, il territorio e il proprio specifico patrimonio. Che va sempre, dico sempre valorizzato.
Ma torniamo al nostro Liberty. Se la chiave modernista era la linea d’interpretazione più “facile” e generale, è però vero che lo stile, il gusto dominante mostrava al proprio interno tante facce assai diverse, esibiva tante geografie, tante denominazioni (Art Nouveau, Jugendstil, Aemilia Ars nella più modesta Bologna) e tante periodizzazioni che gli storici dell’arte hanno poi debitamente isolato, circoscrivendone genealogie e stagioni: con gli inevitabili corollari di relazioni non sempre cartesiane fra registri “alti” e “bassi”, fra produzioni e ricezioni. Anche di ciò si occupa, con dovizia di testimonianze, la mostra forlivese, che conferma in tal modo la vocazione peculiare del sito romagnolo: non semplice migrazione di capolavori, non solo abile e transitoria ricostruzione di un “museo dei musei” tematico, ma sforzo d’indagare, precisare, approfondire, cogliendo la sintonia con lacerti e pretesti – più o meno visibili – del territorio. In questo consiste, d’altronde, la formula del successo delle mostre del S. Domenico, distillata dall’équipe della Fondazione, ispirata dai Presidenti Dolcini e Pinza e coordinata da Gianfranco Brunelli, e dall’appassionata competenza di Antonio Paolucci e Fernando Mazzocca – ai quali, in questo caso, si sono unite Maria Flora Giubilei e Alessandra Tiddia.
Del Liberty forlivese non è sopravvissuto molto: alcuni villini (per la verità un po’ tardi), la facciata dell’ospedale civile, oggi recuperata, la splendida sala del cinema “Apollo” – risalente proprio al ’14 e quasi subito inaugurata dai comizi interventisti -; l’ex caffè ristorante “Alla Vittoria”, in viale Vittorio Veneto, presso l’incrocio con via Ravegnana; l’imponente Circolo “Giuseppe Mazzini”, terminato nel 1921, giusto in tempo per essere fascistizzato; e soprattutto, passando agli interni, due fantastici soffitti floreali di Palazzo Romagnoli, da poco restituiti ai cittadini. L’età del progresso e dell’ottimismo, da noi, fu piuttosto segnata dal protagonismo comunale in campo imprenditoriale e tecnologico, dalle municipalizzate, dalle scuole e dai servizi sociali: ambiente troppo povero e troppo poco colto, nel Cittadone giunsero pallidi riflessi di una corrente che, altrove, si pensi solo alla vicina Faenza, avrebbe alimentato un ciclo di rinascita urbana, culminato nell’expo del 1908. Eppure, visitando le sale dedicate alla “Grande Romagna” in Palazzo Romagnoli, ci si rende conto di un’attenzione artistica imprevista e carsica, sottesa al cambiamento strutturale della città, che avrebbe trovato, sia pur per breve tempo, il suo piccolo boom nel primo dopoguerra, nel tentativo di coniugare ciò che restava di un Liberty periferico con un’ideologia regionalista, imprevedibilmente maturata nelle trincee della Grande Guerra e poi soffocata, all’indomani della grande mostra “etnografica” del 1921, dall’aria cupa, greve e soffocante dell’incipiente dittatura. Con quello scivolare del gusto verso un eclettismo monumentale già in premessa magniloquente – si veda solo il caso della stazione ferroviaria, a mo’ d’esempio: decisamente un fuori scala -, che avrebbe dominato le realizzazioni architettoniche della seconda metà degli anni Venti, fino al definitivo e repentino collasso delle finanze (e dei sogni di gloria) podestarili.
Tanti, quindi, sono i percorsi che una mostra come questa suggerisce, intersecati con varianti locali e storie dimenticate e desuete. Ci si augura che sollecitazioni e letture, maturate fra queste sale, possano supportare, aiutate dal rinnovato interesse per il Novecento consolidatosi in questi anni in città, un autentico deposito di consapevolezza, di studi e di gusti. Per alimentare – perché no? – anche una riappropriazione collettiva, municipale e romagnola, che sappia promuovere con equilibrio ed eleganza un orgoglio diffuso per questo stupefacente, brillante e anche un po’ nostalgico passato prossimo.
La Belle Époque, a Forlì, era finita col carnevale del ’15: un evento così straordinario da restare impresso in permanenza nella mente di chi lo aveva vissuto. La prospettiva della guerra imminente e della tragedia incombente era così forte, che la città si concesse giorni di straordinaria ed effimera gioia, illudendosi che fosse possibile vivere in un “mondo alla rovescia” smentito già dall’approssimarsi a passo cadenzato di lunghe file di uomini in grigioverde. Per mio padre quel carnevale – fra maschere e coriandoli – fu il primo ricordo pubblico della città: aveva cinque anni e, trascinato dall’euforia, avrebbe voluto l’ultimo fascicolo del “Giornalino della Domenica” di Vamba – sì, proprio quello del Giornalino di Gian Burrasca -, esposto da Damerini in vetrina. Una splendida rivista per i figli della buona borghesia, che pochi a Forlì potevano permettersi. Credette che il “mondo alla rovescia” sarebbe valso anche per lui, almeno per una volta. Si sbagliava, naturalmente: per i piccoli del suo ceto la massima concessione era il “Corriere dei Piccoli”, al modico prezzo di 10 centesimi. Ma “Il Giornalino della Domenica”, con la sua grafica liberty e i sofisticati disegni di Antonio Rubino e di tanti altri grandi illustratori del tempo, testimoniava il pieno successo di quel gusto persino nelle menti e negli occhi di minuscoli lettori in erba. Che non lo avrebbero più dimenticato. Mai più.

Roberto Balzani

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