Venerdì 25 e sabato 26 ottobre: Festa di San Mercuriale

La lettera di Mons. Lino Pizzi alla città. L’intervento del Sindaco e la nota del parroco Don Enrico Casadio.

VENERDI’ 25 E SABATO 26 OTTOBRE: FESTA DI SAN MERCURIALE

MESSAGGIO DEL VESCOVO CONSEGNATA AL SINDACO PER LA CITTÀ DI FORLÌ – 26 OTTOBRE 2013

Oggi, festa di San Mercuriale, protovescovo di Forlì, noi, comunità diocesana, vogliamo indirizzare alla città un messaggio di speranza.
Ci rivolgiamo alla città non come un dialogo fra due entità. La comunità diocesana fa parte della città e vi si riconosce fin dalle proprie origini. In questa città è nata fin dal tempo di San Mercuriale, e per quanto non tutti i forlivesi forse si identificano nella comunità cristiana, certamente tutti i cristiani forlivesi si identificano nella città.
Nell’anno della fede ricordare che da più di quindici secoli qui si è annunciato il vangelo di Gesù Cristo e si cerca di vivere secondo il suo insegnamento, significa non solo ricordare storia e radici, ma anche una fede che tuttora vive in Forlì.
Vivere nella fede non significa vivere nell’oscurità di verità non dimostrate; significa piuttosto vivere nella luce della verità rivelata senza credere di possederla, ma essendone servi e posseduti, alla costante ricerca di essa, di conoscerla e sperimentarla.
Solo ponendoci ogni giorno in ricerca di essa ci possiamo proporre come compagni di viaggio di chiunque la voglia cercare. La fede cristiana non è un sistema di verità astratte, è fede in un Dio che ci ha parlato e ci parla, con cui ci poniamo in relazione costante. È una fede viva, non un sistema freddo che somigli più a memorie storiche e a sforzi archeologici; anche se memoria storica e archeologia sono per noi importanti perché danno una dimensione oggettiva a ciò che crediamo.
Come ci dice la Lumen Fidei, noi crediamo alla Parola di Dio per poter capire e conoscere Dio che ci ama e che è amore egli stesso; che ci ha creati per amore, ci ha creati tutti fratelli, uguali in dignità, egualmente da lui amati e chiamati a vivere con lui per l’eternità, ma anche da ora a vivere come fratelli nell’amore fraterno, nella giustizia e nella pace.
E possiamo conoscere noi stessi, la nostra vita e il suo senso, la relazione con i fratelli di qualsiasi impostazione culturale, religiosa o politica.
La fede in un Dio uno e trino, comunione totale di tre persone nell’amore, ci ha insegnato a capire la dimensione relazionale dell’uomo, la necessità della pace, dell’armonia e del rispetto della libertà e dignità di ogni persona umana.
L’incarnazione di Cristo ci ha rivelato l’amore del Padre che non ci ha abbandonati a noi stessi ma ci ha cercati prima ancora che lo cercassimo noi. La sua Parola ha rivelato il Padre e il senso della nostra vita come cammino con lui già ora, avendo egli nella risurrezione già vinto anche la nostra morte.
Tutti siamo salvati dalla morte e risurrezione di Gesù Cristo, cioè sottratti alla morte e al suo corredo di egoismo, violenza, oppressione, ingiustizia, emarginazione, indifferenza reciproca. Questa opera di salvezza è un dono e un compito per ciascuno di noi: testimoniare la salvezza di Cristo significa operare contro quelle opere di morte.
La fede nel Dio incarnato ci richiama a presenze attive, a farci carico con tutta la città e con tutta l’umanità, delle nuove situazioni.
Così ci ha dato una speranza che non riguarda solo il futuro, ma invade totalmente il presente e lo illumina e orienta, dandoci coraggio nelle prove, serenità nelle sofferenze, capacità di gioire senza ansie nelle dimensioni belle della vita.
Così possiamo godere dei doni di Dio, della fraternità e amicizia, della creazione, delle bellezze naturali così evidenti nella nostra Romagna, delle opere d’arte che sono copiose più di quanto si pensi qui da noi e di cui ultimamente si è potuto riscoprirne di più la bellezza per le iniziative che nascono nella nostra città.
Vogliamo porci con l’atteggiamento di papa Francesco che non pretende di dare giudizi moraleggianti, ma di porsi in dimensione di fraternità, di accoglienza e dialogo con chiunque, senza arroganza né preclusioni, sicuri che Dio ama tutti e che in tutti è presente.
La fede cristiana in questa città ha vissuto nei secoli del profondo medioevo quando popolazioni, che furono chiamate barbare, invadevano le nostre valli e le loro cavallerie percorrevano in lungo e in largo anche le nostre terre. In quel periodo certamente le abbazie erano rifugio accogliente degli abitanti e delle biblioteche degli autori classici.
Le diverse genti ebbero modo, nel tempo, di stabilire relazioni e scambi con i nuovi arrivati fino a dare origine a rinnovate e ringiovanite popolazioni. Noi ne siamo i figli. Ci piace considerare che la Chiesa, con la sua predicazione del Vangelo di Gesù Cristo, abbia favorito il processo di ibridazione delle culture e delle genti e in questo Mercuriale prima, i suoi successori dopo, hanno sicuramente fatto la loro parte.
Questo ci ispira una considerazione: la necessità di favorire anche ora una nuova integrazione nell’accoglienza delle numerose genti straniere, nel processo di dialogo e scambio, fino ad un pieno senso di partecipazione e di appartenenza, come si è evocato recentemente nella settimana sociale di Torino.
Gli eventi tragici di decine e centinaia di persone che attraversano il canale di Sicilia, di cui molti perdono la vita, ci chiamano ad una accoglienza e apertura fraterna. Non sono nemici che vengono a conquistare le nostre terre con le armi, sono poveri a cui forse noi stessi abbiamo fatto immaginare una vita facile e una possibilità di vita migliore qui da noi; anche se ora a noi non sembra così.
Le immigrazioni producono certamente alcuni problemi, mentre altri ne risolvono. È evidente che il fenomeno va governato e non lasciato agli eventi; in questo l’Europa, con noi, dovrà riscoprire tutta la sua saggezza condensata nelle dichiarazioni dei diritti e nella cultura ispirata dal cristianesimo lungo i secoli.
Questo già introduce un altro pensiero. La crisi, da cui pare ci si avvii faticosamente ad uscire, ci ha provati e ci prova tutt’ora. Avremo bisogno di tutte le nostre forze.
La povertà è tornata a farsi sentire. Le nostre comunità e le nostre Caritas hanno svolto un lavoro intenso per l’assistenza a molte persone disagiate.
Abbiamo avuto un calo considerevole anche dell’occupazione; la disoccupazione a Forlì è arrivata al 7,8%.
A partire da questa situazione vediamo muoversi la nostra società che riprende a macinare idee e progetti dal basso, svolgendo un compito proprio e che realizza quel concetto di società introdotto da Benedetto XVI nella Caritas in Veritate: la società è “noi tutti” (n. 7).
Società di Forlì è l’intera popolazione che costituiamo, siamo e viviamo a Forlì. Tutti lo sanno ma la prima persona plurale indica un coinvolgimento che non permette “terzietà”.
La responsabilità condivisa ci permette di combattere i mali delle nostre società e ci ottiene libertà e più piena realizzazione umana.
Come la Caritas Italiana ha detto qualche anno fa: “La povertà non è solo mancanza di risorse finanziarie. La condizione di indigenza è infatti un fenomeno multidimensionale, che ha aspetti specifici: risorse finanziarie, benessere derivante dallo stato di salute, situazione abitativa, livello d’istruzione, integrazione occupazionale, integrazione sociale, integrazione inerente alle norme sulla residenza e la famiglia di origine”.
Per farvi fronte siamo chiamati a riscoprire la fraternità; una maggiore unione fra tutti ci farà superare meglio la crisi e l’ansia che ne deriva.
Già dalla Settimana Sociale di Torino, ci è proposto un diverso modo di concepire la società a partire dalla famiglia. Noi sappiamo che le famiglie nascono da amore reciproco. Ci chiediamo: come si può pensare lo stato come somma di individui egoisti mentre le cellule della società sono le famiglie nate da amore?
Le famiglie generano figli e cittadini alla società e nel loro interno generano anche beni sociali, immateriali ma oggettivi, quali appunto la socialità, l’attenzione al bene comune, la capacità di dialogo e accoglienza, la solidarietà, l’integrazione fra generazioni, la fiducia e la trasparenza.
Senza questi beni la società si sfalda e si frammenta e i cittadini sono monadi isolate e sole. Se la famiglia va bene, va bene anche la società e viceversa.
Per questo dobbiamo tutti impegnarci a produrre una cultura che supera l’individualismo possessivo, la ricerca del proprio particolare, dell’utile e piacevole nell’immediato, per riconoscerci invece in una società coesa che può permettere una visione e una progettualità per il futuro.
Da tempo la nostra diocesi, attraverso i suoi organismi, tenta di svolgere un lavoro con le famiglie proprio per accompagnarle in questa crisi interminabile.
Sostenere la famiglia significa sostenere l’intera società, sottratta all’egemonia del mercato: in quest’ottica si evidenzia la necessità di sostenere le famiglie più fragili, non solo per un’uscita dalla fragilità ma per un maggior inserimento attivo nella società.
Fra le altre pensiamo alle iniziative abitative per i senza tetto, alla proposta del ri-uso e del baratto, ad un diverso modo di consumare. Non sono iniziative solo nostre, ma che ci vedono impegnati insieme ad altri. Quando la crisi sarà passata probabilmente non si tornerà a consumare come prima. Avremo preso nuove abitudini e avremo imparato a consumare diversamente.
Come pure gli scambi di servizi e di beni introdurranno relazioni diverse fra famiglie, scambi anche di pensieri, di cultura, di abitudini sociali.
Stiamo cercando di diffondere l’idea di una società che riscopre gratuità, fraternità e dono; che si riscopre comunità e così si avvia ad una possibilità di nuova progettazione di futuro, di speranza. Di solito la si invoca per i giovani, per un vero nuovo futuro per loro; ma tutti abbiamo bisogno di speranza.
Noi ci siamo proposti questo ma non da soli; siamo sempre coinvolti con tutti gli uomini di buona volontà. Molti infatti si rendono disponibili a questa azione di consolidamento della società nella fraternità.
In molte situazioni sono nati anche tavoli comuni fra istituzioni in cui anche le nostre comunità sono coinvolte; altri ne potranno nascere.
La nostra speranza è fondata su Gesù Cristo, sul suo annuncio di amore del Padre, sulla fraternità universale, una fraternità produttrice di armonia e pace.

INTERVENTO DEL SINDACO VENERDì 25 OTTOBRE

FESTA DI SAN MERCURIALE – NOTA DEL PARROCO DON ENRICO CASADIO

La festa di S. Mercuriale, il 26 ottobre – è cosa nota – non ha il carattere di festa popolare, che ha, ad esempio, la festa di S. Lucia, il 13 dicembre. Per diverse ragioni. Questo dato di fatto, però, ci offre l’opportunità di concentrarci, ancora di più, sul significato della celebrazione, di evidente respiro diocesano e, almeno nel passato, cittadino. In questo Anno della fede, voluto da papa Benedetto XVI, desideriamo arricchire la festa di due contenuti specifici, l’uno strettamente ecclesiale, l’altro civile.
Dal punto di vista ecclesiale, la festa diventa occasione di comunione del Vicariato del Centro storico, nella basilica, preziosa custodia della memoria del primo Vescovo, indicata quale meta di pellegrinaggio dell’Anno della fede. Significativamente, sabato 26 non si celebrerà l’Eucaristia serale nelle altre chiese del Centro, per ritrovarsi tutti, sacerdoti, religiosi e fedeli laici, attorno al vescovo Lino, successore di Mercuriale, nella solenne concelebrazione eucaristica delle 18,30.
Dal punto di vista civile, la festa diventa occasione d’incontro tra la Chiesa e la Città, nella prospettiva indicata da papa Francesco, che invita la Chiesa a uscire da sé stessa e ad andare incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo. Questo è avvenuto, nel corso dei secoli, e ha improntato di sé anche la fisionomia civile di Forlì. Ecco perché, venerdì 25, oltre all’accoglienza della reliquia del capo di Mercuriale, custodita nella chiesa della SS. Trinità, e al canto dei Vespri, vi sarà, alle 20,45, nella basilica, una conferenza del sindaco di Forlì, prof. Roberto Balzani, docente di storia, sul ruolo del Vescovo nel processo storico di formazione dell’identità della città. Seguirà un intervento del prof. Giovanni Gardini, docente di storia dell’arte cristiana, sull’iconografia di S. Mercuriale. L’incontro tra Chiesa e Città culminerà nella celebrazione del 26, quando il Vescovo, durante la Messa, rivolgerà un messaggio alla Città, per sottolineare, dal punto di vista ecclesiale, sfide e opportunità, nonché l’impegno della Comunità cattolica in vista del bene comune.
Dire S. Mercuriale significa pensare immediatamente al suo bel campanile, che, all’orizzonte, indica Forlì: per questo il campanile sarà accessibile sabato 26, dalle 14,30 alle 22, e farà udire la voce delle sue campane, grazie ai campanari giunti da Ferrara e Bologna. Vi aspettiamo.
Don Enrico Casadio, parroco

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