Nel LXIX anniversario della Liberazione di Forlì

Il discorso del Sindaco di Forlì Roberto Balzani

Nel LXIX anniversario della Liberazione di Forlì – Salone Comunale, 9 novembre 2013

E’ questa l’ultima occasione, nel presente mandato, in cui l’Amministrazione che ho l’onore di presiedere si trova a tu per tu con il grande evento fondativo della Forlì contemporanea: la restituzione della città alla libertà, al termine del lungo ventennio “nero” e di una guerra sanguinosa e disastrosa.

Mi consentirete, perciò, di effettuare alcune considerazioni su un quinquennio di “manutenzione” della nostra storia recente e della memoria culturale. Io non credo all’uso pubblico della storia così come viene praticato oggi in Italia: strumentalizzazione superficiale, reiterazione di frusti argomenti, assenza di ricerca o anche solo di una domanda storiografica originale, rinuncia a costruire una narrazione innovativa… Diciamocelo: la storia da commemorazione, da occasione retorica, da anniversario non funziona più. E non ci crediamo più neanche neanche noi, in fondo. La ripetiamo come una stanca, inevitabile, litania: ma i nostri cuori restano freddi.

Ecco, noi abbiamo cercato di fare altro, in questi anni. Prima di tutto, abbiamo pensato di collegare il 9 novembre ad un evento importante non solo per noi: e così abbiamo istituito la festa della Cittadinanza, con l’intento d’infondere un senso di comunità in centinaia e centinaia di nuovi italiani, che alla stabilizzazione di una vita nel nostro Paese sono arrivati per le vie più svariate, imprevedibili, talora incredibili.

Forse un giorno alcuni di loro ricorderanno quel 9 novembre in cui, non solo burocraticamente, sono stati accolti sotto la bandiera tricolore e sotto l’ala protettiva della Costituzione, nella casa comunale. E magari lo racconteranno ai loro figli: e così il senso inclusivo, non esclusivo, della Liberazione, continuerà nel tempo.

E’ vero: noi stiamo ritualizzando un processo di allargamento della sfera pubblica, dando legittimazione collettiva a un atto puramente individuale, quale è la richiesta e la concessione della cittadinanza. E’ una ritualizzazione politica, ne siamo consapevoli: ma siamo altresì consapevoli che questa cittadinanza “vasta”, benché in parte ancora negata o sopportata a malapena da parte di una componente (per fortuna sempre più limitata) degli autoctoni, è un elemento dinamico, non è una palla al piede.

Senza i nuovi forlivesi, tanto per dirne una, il declino demografico di Forlì sarebbe inarrestabile e il peso della nostra città in Romagna assai più modesto di quanto oggi non sia. E sappiamo bene che certe partite si giocano anche sul terreno del numero: la vicenda recentissima dell’Ausl unica ce lo insegna. Così come la storia urbana ci insegna che le città che non crescono, in genere deperiscono e declinano: se sono abbastanza ricche, sopravvivono come signore aristocratiche decadute, ma senza la spinta propulsiva che sta tutta dentro il meccanismo urbano. Noi siamo convinti che i nuovi cittadini siano un fattore positivo ed essenziale di questo meccanismo urbano: anche se non portano molti investimenti, anche se magari faticano a sopravvivere in questa difficilissima congiuntura.

Qual è la l’analogia fra la Liberazione del 9 novembre 1944 e l’inclusione nella cittadinanza del “nostro” 9 novembre? Io dico: il fatto che, nell’uno come nell’altro caso, la scelta individuale ebbe ed ha un effetto sulla comunità. Ci sono decisioni che prendiamo e che contano per noi soli o per i nostri cari, o per il gruppo ristretto di chi lavora con noi: ciò accade tutti i giorni, più volte al giorno.

Le decisioni possono essere piccole o grandi, importanti o trascurabili: ma hanno un significato circoscritto e molto, molto personale. Quando si ricopre una carica pubblica, viceversa, si prova subito un senso di vertigine, perché improvvisamente lo spazio per le scelte che ci riguardano in quanto singoli si riduce drasticamente, mentre si dilata in modo abnorme quello delle opzioni assunte in nome e per conto di un vastissimo insieme di persone, che sovente non si conoscono neppure. Questi gli estremi. Poi, però, ci sono i rari casi in cui gli individui scelgono per sé, ma, compiendo quell’atto determinato, producono un effetto in un ambito largo, in quanto il loro decidere assume un valore esemplare.

Il rapporto fra atto individuale/effetto collettivo è decisivo in tutta la fase della Resistenza. Fino all’8 settembre, se si prescinde dall’antifascismo storico, in gran parte sbattuto in carcere, al confino o costretto all’esilio, le persone furono trascinate dagli eventi. La loro vita fu stabilita da altri, in modo spesso del tutto fortuito. A volte fu determinante ciò che era vergato sulla cartolina rosa: il nome del reparto, la destinazione. Nel 1940, ad esempio, finire sul fronte occidentale o in Grecia non era la stessa cosa: la possibilità di entrare in quella che è stata definita la “zona di uccisione” era molto più alta nel secondo caso rispetto al primo. Come scrisse Gian Carlo Fusco nel suo memorabile Guerra d’Albania, ricordando la folle avanzata della “Julia” nelle montagne dell’Epiro, alle nostre penne nere che non vedevano nulla di ciò che stava per rovesciarsi su di loro, un maestro locale, nel “suo stentato italiano materno, disse: ‘… Greci fanno voi entrare poi pam!’”. Questo significa “zona d’uccisione”. Naturalmente, possiamo riconoscerlo solo con il senno di poi. Lo stesso si può affermare riguardo ai reparti: le divisioni alpine furono soggette a processi di ricostituzione forsennati, fra il 1940 e il 1943, perché erano ritenute dotate di una capacità di resistenza superiore a quelle di fanteria e perciò subirono perdite pesantissime. I reggimenti di bersaglieri che si trovarono sul fronte russo furono inutilmente sacrificati solo perché il loro potenziale bellico era considerato non comparabile con quello della “buffa” che stava in linea. E così via.

Spesso si trattava solo di luoghi comuni: in realtà, nel Regio Esercito di leva non c’erano enormi differenze fra i reparti, salvo rari e specifici casi. Però il fatto di trovarsi con la mostrina di un colore o di un altro contò enormemente ai fini della sopravvivenza.

Non parliamo, poi, delle coincidenze temporali e di quelle spaziali: l’ultimo treno per le retrovie, la licenza tanto desiderata e concessa proprio nel momento dell’offensiva, oppure la fortuna nella sfortuna (una ferita leggera che allontanava provvidenzialmente dal fronte), o, nel momento in cui scattò la fine della “vita bellica organizzata” – e cioè l’8 settembre 1943 -, il trovarsi in grigioverde in Grecia, o in Jugoslavia, o in Italia. Questi eventi imprevedibili ebbero enormi conseguenze sulle vite personali di milioni di uomini e di famiglie, ma non furono nella stragrande maggioranza dei casi il prodotto di una scelta consapevole: furono subìti, accettati, spesso maledetti; e basta.

L’8 settembre ripristinò dolorosamente uno spazio, che prima non era esistito: quello della decisione individuale. Perché dolorosamente? Perché scegliere da soli in mezzo a un conflitto è assumere un rischio pazzesco. In ogni caso. Di qui il primo, naturale, istintivo sentimento dei più: scappare e nascondersi. Dove? In genere, il più vicino possibile a casa, dove si pensava di trovare protezione con maggiore facilità. Tantissimi ci provarono e molti ci riuscirono. Cercarono di rintanarsi come talpe, per riemergere alla luce quando gli spari fossero cessati. Ma tanti optarono per una vita difficile, quella della scelta. Che non significava, ovviamente, evitare di assumere cautele, esponendosi sprezzanti al pericolo: è ovvio che ciascuno presumeva e sperava di sopravvivere, scegliendo. Ma fu una decisione individuale. Come quella di giurare fedeltà alla Repubblica Sociale o no. Come quella di rispondere al Bando Graziani o no. Come quella di passare le linee e indossare una divisa kaki anziché una camicia nera. Come quella di non indossare alcuna divisa, ma solo un fazzoletto rosso, immaginando di rifare il Risorgimento.

L’aspetto ancor più drammatico di queste decisioni è che, in alcuni casi, furono irreversibili: pensiamo ai soldati italiani catturati dai tedeschi all’estero e inviati nei campi di concentramento. In quel caso, una sola parola, un sì o un no, come scrive Primo Levi nei versi immortali di Se questo è un uomo, era il discrimine fra la vita e la morte.

C’erano anche scelte reversibili, non meno terribili. Il tradimento, ad esempio, frutto della paura o del ricatto. Tutta la Resistenza è attraversata dall’ombra nera, tenebrosa del tradimento, dall’incubo degli infiltrati, dalle trappole tese e scattate. Ebbene, lì si trattava di persone persuase che il doppio gioco, cioè il rifiuto della scelta assoluta, avrebbe potuto salvarli: una tecnica di sopravvivenza cinica, non di rado efficace: ma micidiale per gli altri, per coloro che – invece – nel bene o nel male – avevano assunto una posizione e ritenevano che essa fosse irrevocabile per il rispetto dovuto a se stessi prima che alla patria, o ai propri compagni, o alle proprie idee. I riflessi collettivi di questa somma di opzioni disegnarono il profilo delle nostre comunità dal settembre 1943 al dicembre 1944: fino al punto in cui – quando il fronte giunse ad irrigidire le relazioni fra le persone, subordinandole spietatamente alla logica amico/nemico, vita/morte, rosso/nero -, si assistette alla provvisoria sparizione di quelli che una scelta non l’avevano fatta (fuggiti o sfollati) e all’occupazione della quinta urbana e della quinta rurale da parte degli altri, degli schierati. E, fra di loro, dei traditori. Perché la guerra civile è così tremenda? Perché gli individui scelgono di combatterla. Le guerre in divisa sono il frutto di fatalità nelle quali gli attori al fronte, soprattutto se di leva come allora, hanno subìto le scelte delle élite di governo. Ma nella guerra civile, in parte cospicua, no.

Solo che la complicazione, fra il 1943 e il 1944, fu che le due guerre, quella in divisa e quella civile, erano mescolate; e che lo spazio assolato della campagna romagnola dell’estate ’44 e quello fangoso della campagna romagnola dell’autunno 1944 furono occupati non solo da uomini che si affrontavano come in un duello spietato all’Ok Corral (accadde anche questo, per la verità: e molti ne videro gli esiti terrificanti in questa stessa piazza, nel caldo agosto del ’44), ma anche da altri uomini, dotati di potenti strumenti di distruzione di massa, che agivano e ragionavano come i militari di leva italiani prima dell’8 settembre ’43, avessero essi la divisa grigia o quella kaki o verde oliva: rispondendo agli ordini dall’alto e cercando di sopravvivere. Fu un intreccio incredibile e impressionante, quello fra le volontà e le subalternità, fra la potenza cieca di chi obbedisce e l’impotenza lucida di chi non ha i mezzi materiali per portare a termine il suo disegno.

In mezzo a tanti individui trascinati dai fatti, ce n’erano alcuni che tentavano di leggere i fatti mentre accadevano, e di condizionarli: da una parte, gli uomini con il teschio d’argento sul berretto, che abbandonarono il campo solo poco prima della disfatta, lasciando dietro di sé una scia di sangue (che oggi, a fatica, siamo in grado di ricostruire, individuando i gruppi di omicidi in divisa e i loro spostamenti); dall’altro, gli uomini con il fazzoletto rosso, cioè quelli che avevano optato per la strada difficile, che invece cominciarono quasi subito a costruire la loro leggenda, posta poi alla base della narrazione pubblica locale. G

li uni afoni e senza volto, gli altri loquaci e ben visibili. Fra questi ultimi, tuttavia, vanno ricordati anche alcuni elementi decisivi, che avevano compiuto una scelta nella scelta: gli infiltrati dei servizi anglo-americani nelle brigate partigiane. Furono costoro a fungere da indispensabile collegamento fra la guerra civile e la guerra multinazionale mondiale nel nostro territorio, a partire dalla leggendaria trafila per salvare i generali inglesi prigionieri, nell’autunno 1943. Ne sopravvissero pochissimi e quei pochi, in genere, raccontarono la loro storia solo da vecchi, quasi in punto di morte. Un’acquisizione relativamente recente.

Che c’entra tutto questo con i nuovi cittadini? Molto. Anch’essi hanno scelto di essere italiani. E, facendolo, hanno creato un effetto importante sulla nostra comunità. La loro decisione ci riguarda, perché la sfera pubblica, con loro, è già diversa ora, a Forlì, rispetto a dieci anni fa. Essi stanno generando, anche se forse non ne sono ancora consapevoli, anche se non ne siamo del tutto consapevoli, uno spazio culturale e civico radicalmente diverso. Basta osservare le nostre scuole per rendersene conto. Pacifico, per fortuna di tutti noi: ma non meno innovativo di quello cui pensarono – loro sì, volontaristicamente -, i giovani col fazzoletto rosso. Uomini e donne che scelsero per la loro vita; e per la nostra. Per tutte queste considerazioni, pensando agli uni e agli altri, a quelli di oggi e a quelli di settant’anni fa, a me sono venuti in mente gli ultimi versi di una memorabile poesia di Robert Frost:
“Lo racconterò con un sospiro da qualche parte tra anni e anni: due strade divergevano in un bosco, e io -
io presi la meno percorsa, e quello ha fatto tutta la differenza”.

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