“9 novembre 1944″ Discorso pronunciato dal Sindaco, Roberto Balzani, nel Salone Comunale di Forlì il 9 novembre 2012

[...Voglio raccontarvi una storia vera. E’ il 15 giugno 1944. A Forlì, gli allarmi aerei si susseguono: 6,20, 7,55, 8,50, 10,55, 14,50, 16,45, 18,35: sembra l’orario ferroviario. La vita collettiva è paralizzata...]

9 novembre 1944
Discorso pronunciato dal Sindaco, Roberto Balzani, nel Salone Comunale di Forlì
il 9 novembre 2012

Voglio raccontarvi una storia vera. E’ il 15 giugno 1944. A Forlì, gli allarmi aerei si susseguono: 6,20, 7,55, 8,50, 10,55, 14,50, 16,45, 18,35: sembra l’orario ferroviario.

La militarizzazione della Linea Gotica è in pieno corso: e gli aerei alleati battono le immediate retrovie, concentrandosi sulla via Emilia e sugli scali ferroviari. Sparano su tutto, senza distinguere, perché il loro obiettivo è duplice: distruggere il nemico e terrorizzare i civili.

C’è qualcuno che, nel caos, ha la lucidità di prendere carta e penna, e di scrivere. Lo chiamano Renzo, ufficiale di collegamento del Comando militare unico dell’Emilia Romagna: un partigiano.

Il suo nome vero è Primo Dellacava, e presto compirà 37 anni. Viene da Santarcangelo, dove faceva il tornitore; ma dall’ottobre 1943 è alla macchia, fra montagna e pianura, ed ora è un nodo della rete della Resistenza romagnola. Il suo interlocutore è Pietro Mauri, ossia Ilario Tabarri, il comandante dell’Ottava brigata “Garibaldi”. Tabarri ha dieci anni di meno, benché il suo curriculum di sovversivo sia già di tutto rispetto: garibaldino in Spagna, confinato a Ventotene, dove viene liberato alla caduta del fascismo, è da subito un uomo dell’organizzazione militare. Gli “spagnoli” portano in Romagna un’esperienza insieme politica e bellica che manca anche ai reduci dalla Russia o dall’Africa: sono militanti consapevoli, spesso induriti dalle violente guerre ideologiche che hanno squassato il fronte antifranchista. I comunisti, in particolare, diventano subito leader naturali. Anche a 27 anni.

Renzo riferisce delle difficoltà d’intercettare gli aviolanci alleati. “La mattina del 9 assicurano per telegramma che il lancio si sarebbe fatto la sera stessa; – sono parole sue – il luogo era la collina di Pietramora nel Faentino. Così assicurati i compagni trasferiscono tutti gli uomini sul posto; prendono disposizioni per il taglio delle linee telefoniche che collegano i posti di osservazione di monte Trebbio e di Modigliana con Forlì, perché non possano segnalare l’arrivo degli apparecchi… Un’opera molto laboriosa, che ha richiesto un lavoro di diversi giorni”. Attendono. Nulla. Il lancio avviene due sere dopo, ma sbagliato. La milizia di Marzeno intercetta la maggior parte delle armi. I compagni, tuttavia, “hanno riuscito a nascondere diverse casse che non abbiamo ancora recuperate; qui ci deve anche essere dell’esplosivo, e questo siamo d’accordo che lo prendiamo noi”. Così Renzo.

L’esplosivo. Per fare che cosa? Leggiamo dal Diario di Antonio Mambelli, alla data 25 giugno 1944, dieci giorni dopo: “E’ fallito nella notte un tentativo di far saltare il ponte di S. Pancrazio sul Montone”. Però, nello stesso tempo, “l’asportazione di un tratto di binario nei pressi del ponte sul Montone, operata dai partigiani nella notte, provoca il deragliamento di un treno carico di materiale bellico e di tedeschi diretti al fronte e pare vi siano morti e feriti. Il ponte è quello di ferro fra Villanova e S. Martino in Villafranca”. Sappiamo che cosa è successo da un manifesto bilingue – eccolo qui – pubblicato il 30 giugno dal Platzkomandant di Forlì: un morto e diversi feriti.

Il manifesto aggiunge: “oggi sono stati fucilati, – mediante fucilazione alla schiena – i seguenti comunisti e partigiani” catturati a Piangipane il 22 giugno. Dove? Mambelli riferisce: all’aeroporto. C’è una buca scavata da una bomba. Hanno legato loro le mani dietro la schiena con il filo spinato, e poi qualche raffica di mitragliatrice, la MG 42. Buttati nella buca. Ricoperta la buca. Rappresaglia effettuata. Ma è bene ricordare “alla Popolazione l’appello di collaborazione emanato al Popolo Italiano dal Feld-Maresciallo Kesselring”. Secondo prassi.

Mambelli si confonde. Dice che i dieci sono stati fucilati il 26, subito dopo l’attentato: ma è verosimile che l’esecuzione si sia consumata il 30, a freddo. Magari dopo un’accurata selezione nelle carceri o nelle camere di tortura. Che, ahimè, si sono insediate anche a Forlì. Quel giorno l’allarme aereo suona alle 6,20, alle 8, alle 9,44, alle 13,44, alle 14,28 alle 16,37, alle 18,18, alle 19,12. Dobbiamo immaginare l’aeroporto come un colabrodo, praticamente inservibile. Il luogo ideale per eliminare e far sparire dei corpi alla svelta. Capiterà ancora, anche con un gruppo di ebrei, fin quasi alla vigilia della Liberazione.

Questa storia non ha una fine. I partigiani continuano le azioni di sabotaggio. La guerra in pianura si fa dura. I tedeschi e i fascisti, in estate, ingaggiano con i partigiani una lotta crudele e spietata, che finisce con le forche di agosto.

Poi, il tempo sospeso, quando comincia la grande offensiva. Alexander e Clark, VIIII e V Armata, si trovano al cospetto dell’ultimo baluardo: la Gotica. L’”uno-due”, come ha detto Alexander, utilizzando una delle metafore sportive che tanto piacciono agli ufficiali anglosassoni fin dalla Grande Guerra, prevede un primo colpo dell’VIII inglese sull’Adriatico, cui dovrebbe seguire l’entrata in scena della V americana fra Firenze e Barberino. Gli inglesi partono il 25-26 agosto: un testimone di quei momenti, nascosto in una grotta a San Marino, mi ha raccontato che, la notte in cui cominciò il grande bombardamento di copertura, preludio all’operazione Olive, fu come se, improvvisamente, si fosse fatto giorno: i bengala illuminavano la Romagna meridionale come un teatro in una sera di gala.

L’impatto è, in un primo momento, piuttosto duro per le truppe di Kesselring, che tuttavia butta nella mischia i suoi reparti di punta: divisioni corazzate e paracadutisti. Gli inglesi tendono ad occupare i crinali sovrastanti i centri pedemontani, ma per farlo devono procedere cresta per cresta, utilizzando anch’essi le divisioni corazzate. Finché dura il tempo buono, le operazioni non vanno male per loro: il dominio dei cieli è totalmente il mano alleata, dato che a ben poco possono i 50 Messerschmitt e la trentina di vecchi Stukas della Luftwaffe. E’ vero che l’VIII sconta un eccesso di farragine logistica: i carri sono supportati da chilometri di camion con cisterne, truppe d’appoggio, genieri, meccanici e tutto il resto: un colossale convoglio, che si snoda lungo carrabili precarie.

I tempi morti sono inevitabili. Basta l’attraversamento di un fiumiciattolo, o la messa in sicurezza di un ponte. Una battaglia terrestre, scandita dall’attesa snervante e dall’arrivo del fuoco di copertura quando s’individua il nemico, non è fatta per rispettare le tabelle di marcia: né, nel quartier generale di Alexander, si è pensato d’indebolire la difesa tedesca con possibili sbarchi lungo la costa: cosa che i tedeschi, ovviamente, ritengono plausibile e temono.

Quando, a partire dal 5 settembre, alla complessa strategia del generale Leese, il responsabile dell’operazione Olive, si aggiungono la pioggia fitta e il fango, cominciano i guai veri. Se ne accorgono i tedeschi: ai generali Herr e von Vietinghoff, impegnati a resistere, che hanno manifestato l’intenzione di sganciarsi con gradualità, Kesselring replica: “nessuna ritirata”. Ha ragione lui. Il risultato è una ”Balaklava corazzata”. Gli Sherman primo modello degli Ussari e dei Lancieri si muovono con difficoltà, senza protezione dal cielo, e si presentano quasi fermi di fronte agli 88 mm. Basta qualche minuto per individuare il bersaglio, e si è stati già centrati dai perforanti avversari. “Molti si incendiarono immediatamente – narra un ufficiale dei Queen Bays -. Alcuni furono messi fuori uso, con le torrette incastrate, oppure immobilizzati. Quando i superstiti balzavano fuori, venivano falciati quasi tutti dalle mitragliatrici tedesche”. Un disastro. Le perdite, in termini di uomini e mezzi, sono pazzesche già al momento della liberazione di Rimini, il 20 settembre.

Quando la palla passa alla V Armata di Mark Clark, gli inglesi hanno appena superato l’Uso e sono alle prese col fango. “Per 50 metri il terreno all’esterno è fango – parola di un testimone, un ufficiale di artiglieria -: profondo 15 cm, lucido, viscoso, pieno di pozzanghere. Grandi scavi nel fango, che lasciano montagne di fango in miniatura, mostrano dove altre tende erano state piantate e poi spostate a causa del fango in altri punti non meno fangosi. L’effetto psicologico cumulativo del fango è un’esperienza che non si può descrivere”.

Ma tutto questo Renzo e Pietro lo conosceranno nei dettagli davvero solo dopo. La loro vita, fra esplosivi, lanci mancati, sabotaggi, attentati, diffusione di materiale clandestino, sporcizia, pulci, fucilati, impiccati, poco cibo, molta paura, infiniti tradimenti e molti atti di eroismo, continuerà fino a novembre. Sarà molto più drammatica e molto più pericolosa di quella dei fanti kaki che risalgono – nel fango – la via Emilia. E dopo? Dopo, un’altra storia. La nostra.

 

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