9 novembre 2011 – Il discorso del Sindaco

Il ricordo del IX Novembre ha, per noi, quest’anno, un sapore particolare e amaro: misuriamo, infatti, tutta la distanza morale che separa la nostra Repubblica dal contesto, pur enormemente drammatico, di quel tragico 1944.

IX NOVEMBRE 2011

Della Resistenza, del secondo Risorgimento – come scrissero e dissero già all’epoca -, restano indelebili il progetto di futuro dei giovani, l’ansia di riscatto nazionale, il rifiuto radicale della dittatura, il bisogno primario della libertà. Un senso di libertà che animava pure i ragazzi degli eserciti alleati che risalivano la penisola; essi si congiunsero, qui, con i nostri patrioti, nell’autunno piovoso e fangoso del ’44.

Un fatto giovanile, da sempre, la guerra: brutalmente ferino, assurdo nella dimensione violenta, e però anche terribilmente umano, nelle motivazioni apparentemente ragionevoli come negli eccessi. La lunga fase di pace che è seguita dopo ci ha allontanato – fortunatamente allontanato – da quegli stati d’animo concitati ed eccitati, dalla fosca consuetudine con la zona d’uccisione, là dove si entra senza essere più in grado di controllare la propria sopravvivenza, e quindi dall’intimo brivido di precarietà e di fragilità e di paura, immaginato o percepito sul momento, e poi a distanza, nella restituzione sempre più fantastica del ricordo.

Mi viene in mente un’incisione del nostro Francesco Olivucci, nella quale il partigiano viene rappresentato come un super-eroe dei fumetti americani di vent’anni dopo: con una specie di tuta imbottita, raggiante super-poteri. Una sorta di Capitan Italia, calco remoto di Capitan America, non a caso definito “la leggenda vivente della seconda guerra mondiale”.

E poi il contatto con il sangue e la morte: morte gloriosa, in battaglia, come quella cantata dai lirici greci, come la morte evocata e quasi augurata da Erodoto ai giovani al culmine del successo. Morte, viene da dire a distanza, depurata dallo schifo del fetore delle ferite, dalle infezioni, dalle pulci, dallo sporco, e quindi trasposta in un’atmosfera diafana e rarefatta, di purezza e quasi di bellezza.

Sono tutte immagini ricevute che portiamo dentro, che rimbalzano nella nostra memoria da racconti o da figure lontane. Oggi abbiamo idee più precise, meno semplificate, della vita nelle brigate, dei sistemi di rastrellamento e del terrificante controllo del retrofronte da parte dei nazifascisti, fino all’imponente sistema logistico-tecnologico degli anglo-americani, con tutti i suoi limiti umani e tutta la sua burocratica, algida freddezza al momento della pianificazione dello scontro: con il dito sul grilletto e l’orecchio attento al gracchiare della radio, alle coordinate del tiro dell’artiglieria o alla copertura aerea.

Gli altri, i partigiani, erano strani volteggiatori – lì avrebbero chiamati così, se fossero vissuti al tempo di Napoleone – agitantisi in contesti naturali di rara bellezza, fra i campi, i boschi e le montagne: dotati di coordinamenti esili, di protezioni inesistenti, di approvvigionamenti logistici frammentari, di munizioni scarse, di contatti alla voce, al più sostanziato da qualche segnale luminoso. Li avresti detti testimoni impegnati più che attori dotati di autentica capacità offensiva: disturbatori, questo sì, di un esercito strutturato e organizzato, e dunque preziosi per acquisire informazioni e per intervenire con precisione su obiettivi limitati. Ma non in questo sta il loro valore.

Per loro furono importanti la prova del fuoco, il contatto col rastrellamento, il groppo in gola del colpo di mano, il corpo a corpo in un bosco, la devastazione umana di un’esecuzione. Furono probabilmente questi i salienti sensitivi raccolti e impressi nella memoria, i picchi di adrenalina registrati dal sismografo della coscienza per essere poi narrati come un’epopea, in forme edulcorate, oniriche, più spesso trionfalistiche. Ma, per noi; per noi, dico, che siamo qui oggi a ricordare, e che possiamo avere o non avere il culto della storia e della verità effettuale, non è per questo che furono importanti.

Essi lo sono stati per la scelta morale. Intendiamoci. Molti non la fecero subito. Molti erano solo in fuga dalla divisa o dal lavoro in Germania: cercavano un buco dove infilarsi, attendendo gli eventi inesorabili.

I reduci lo sapevano tutti: era solo questione di tempo. I reparti tornati dalla Russia o dai Balcani erano senza illusioni; i bombardamenti aerei, d’altronde, avevano tolto le ultime illusioni anche ai più giovani.

Era solo questione di tempo. Se avessero potuto, i più, avrebbero scavato una buca profonda, comoda e calda, ci avrebbero messo dentro i loro cari e le provviste utili a passare un anno, forse due, e poi avrebbero atteso. Ma l’Italia non presentava rifugi simili, se non rarissimi e del tutto imprevedibilmente trascurati dagli eserciti. L’allontanamento concitato dal pericolo immediato divenne, nel contatto con altri, nelle chiacchiere all’addiaccio e nel fantasticare dei ragazzi alimentato dalla lezione di qualcuno più grande e consapevole, la ricerca di un “noi” possibile.

Le generazioni, quando sono tali e non semplici coorti determinate dall’anagrafe, producono un sentimento spontaneo e intenso di unità psicologica, declinabile alla prima persona plurale. Lo hanno fatto i romantici, i ragazzi del ’14, quelli del ’68; lo hanno fatto anche questi gruppi di individui spauriti ed esitanti, fra il ’43 e il ’44.

Il “noi” resistenziale, che poi è stato politicizzato e anche partitizzato, che è divenuto il presupposto di nobilitazioni genealogiche e in certi luoghi di autentiche aristocrazie locali, ma che nella sua essenza era e resta – come ben disse Calamandrei – il sale della Costituzione, e cioè l’ansia profonda della rigenerazione di un popolo, patita e sofferta a partire dai più giovani; il “noi” resistenziale, dicevo, è il tesoro più prezioso che questi uomini ci hanno lasciato.

Ci manca, quel “noi”, perché l’individualismo, la frammentazione sociale, il solvente egoistico che stanno distruggendo la base della comunità nazionale – inoculando in essa un senso di sgomento paralizzante, di attonita indecisione – possono essere contrastati solo da questo piccolo, importante pronome.

Qui sta il salto morale che c’è fra allora e oggi.

Non le miserie e i tradimenti, che ci furono e che ci sono; non le piccolezze e i deliri di onnipotenza, che ci furono e che sono; non la brama di arricchimento personale, a tutti i costi, che vi fu e che è ancora lì: antropologicamente, apparteniamo alla medesima specie, siamo gli stessi, siamo uguali.

Loro, però, pur essendo esseri umani come tutti gli altri, con tutti i pregi e i difetti degli altri, ad un certo punto, quando la patria era morta o moribonda, hanno saputo reagire insieme, e hanno giocato tutto su quel tavolo, a partire dalla vita.

Lo hanno fatto trovando la forza necessaria nella drammaticità di quella esperienza, taluni attingendo al passato proprio o a quello dei loro vecchi, altri ipotecando il proprio futuro.

Ci sono riusciti, a dare un senso a quel “noi” e a farlo vincere, anche perché hanno avuto fortuna, senza dubbio; ma – battendosi insieme – sono divenuti degni di quel successo. Ecco, io credo che sia questo che oggi manca all’Italia: non un’ideologia, non una visione (o non soltanto), ma la lucida e disperata volontà di perseguire un disegno all’altezza del “noi” comunitario.

Per questo, l’immagine dei giovani col fazzoletto rosso o tricolore che sfilavano per Forlì in quei giorni di novembre; o quelle dei ragazzi con la divisa kaki – bianchi o olivastri, o gialli – ci lascia questo sentimento profondo di nostalgia e, per paradossale che possa sembrare, almeno a noi, che di quella generazione siamo figli, pure di struggimento per quello che non siamo o non abbiamo saputo essere.

Roberto Balzani

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