Aurelio Saffi

Aureli Saffi
La notizia della morte di Aurelio Saffi, avvenuta il 10 aprile 1890, commosse tutta l’Italia….

La notizia della morte di Aurelio Saffi, avvenuta a San Varano, il 10 aprile 1890, giusto centovent’anni fa, commosse tutta l’Italia. Con lui se ne andava quello che Giovanni Spadolini avrebbe definito l’“ultimo vescovo” di Mazzini, ovvero il trium

Aurelio Saffi

viro del 1849 e l’estremo testimone della democrazia risorgimentale, battuta dalla soluzione monarchica nel triennio 1859-61. Aurelio Saffi, dopo l’unità, era stato indeciso fra una probabile vita di studi in Inghilterra e la carriera di deputato; aveva scelto quest’ultima, dimettendosi quasi subito per la palese incompatibilità dell’ambiente di Palazzo Carignano con i fautori del repubblicanesimo intransigente: e in Parlamento non avrebbe mai più messo piede.

Non che gli sfuggisse la realtà del Regno d’Italia. Egli, anzi, era persuaso che i repubblicani dovessero recarsi alle urne, magari per sostenere il candidato più vicino alle loro idee, radicale o liberale avanzato: personalmente, però, era altrettanto convinto che un mazziniano non potesse giurare fedeltà al sovrano e che, per un pura questione di coerenza, dovesse evitare di concorrere per la Camera elettiva, se non nel caso di una esplicita, preventiva protesta contro il sistema. Come era accaduto al deputato marchigiano Falleroni, che nel 1882 era entrato a Montecitorio per il solo gusto di uscirne immediatamente, dopo aver pronunciato la fatidica frase: “non giuro!”. “L’Illustrazione Italiana” gli aveva dedicato l’incisione di copertina: un intransigente faceva an

cora notizia.

Saffi era più pratico e più pacato. Apparentemente moderato e conciliante, era alieno da pose teatrali, che trovava poco produttive. Ai giovani che gli chiedevano se dovevano sposarsi in chiesa oppure no, rispondeva che il rispetto del culto tradizionale – soprattutto se giustificato da affetti familiari – non significava in alcun modo venir meno all’idea laica, che aveva altri terreni per manifestarsi: l’amministrazione dei comuni; o i diritti civili, a partire da quelli elettorali; o, ancora, l’opposizione al central

ismo burocratico dello stato monarchico. A Bologna e poi a San Varano, nella quiete della campagna, in una casa che la moglie, Giorgina Craufurd, aveva trasformato in un piccolo angolo d’Inghilterra trapiantato in Romagna, egli continuò a vivere come aveva semprefatto: attendendo agli studi (divenne professore presso l’Alma Mater, e quindi fu collega di Carducci); completando l’edizione delle opere di Mazzini; e, naturalmente, occupandosi di politica. La sua influenza a Forlì fu enorme, anche se, a gestire la cosa pubblica, furono poi notabili a lui vicini, come Alessandro Fortis e Livio Quartaroli, più pragmatici e certo più disinvolti di lui.

Ma la cosa più sorprendente è l’autentico culto che lo circondava, nonostante fossero davvero pochi, nella Romagna repubblicana del 1880 o del 1890, coloro che potevano immaginare ciò che era stata la proposta del partito d’azione mazziniano negli anni dell’esilio e della clandestinità. Per quanto quella era stata legata ad un ricco contesto internazionale, alimentato da un umanitarismo pre-politico e da un egualitarismo spontaneo, l’attualità post-unitaria aveva reso l’élite degli “eredi” di Mazzini un piccolo esercito compatto, forte in alcune regioni, ma anche privo della ricchezza culturale che aveva caratterizzato l’universo dei cospiratori risorgimentali. L’Apostolo, come era chiamato Mazzini, aveva prodotto un verbo, e quello era stato tramandato, spesso come una litania, di generazione in generazione. Saffi era ostile a questa semplificazione del messaggio democratico: tuttavia, la politica di massa aveva le sue regole ed egli, per salvaguardare l’essenza del messaggio, finì per accettarle. Così era divenuto, morti tutti gli altri compagni, “l’’ultimo vescovo” dell’idea.
I funerali si tennero domenica 13 aprile e furono davvero straordinari: oltre 500 bandiere, 24 gruppi bandistici, 400 corone disposte su vari carri, almeno 9 cortei confluenti lungo la strada per il cimitero, per un totale di circa 40.000 persone (l’equivalente dell’intera popolazione del comune). “Tutta la Romagna si può dire si è riversata oggi a Forlì, notava il cronista del “Carlino”, colpito dall’immenso popolo che si addensa nella via e alla finestre e sui tetti delle case”. Il sindaco, Ercole Adriano Ceccarelli, fu il grande regista dell’operazione, che portò la città sulle prima pagine di tutti i giornali nazionali. “Quanti ne restano ancora?”, si chiedeva un notista della “Tribuna”, l’11 aprile 1890. Di quella generazione, il presidente del consiglio, Francesco Crispi; ma fra i leader dei “giovani cospiratori” di Giuseppe Mazzini, nessuno. Con Saffi si esauriva la grande generazione romantica del Risorgimento.
Roberto Balzani

Parla con Noi

Contatta la redazione : redazione@informaforli.it.

Rimani aggiornato in tempo reale sulle ultime notizie con RSS Feeds

Collegamenti

Comune di Forli' - Portale Istituzionale

Forli' Ambiente - Portale Tematico sulle politiche ambientali

TAG