Il 9 novembre 2010

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Il 9 novembre 1944, lo spirito del Comune forse più avanzato fra quelli romagnoli dell’Ottocento e del primo Novecento, animò di nuovo la vita urbana. Nunc redit animus, “ora si torna a respirare”: si potrebbe dire di quel giorno, chiedendo in prestito a Tacito la frase con cui sigillava la fine del dominio tirannico di Domiziano, durato quindici anni.

Il 9 novembre 2010

Signor Prefetto, Presidente Errani, Autorità, Cittadini,
questa Amministrazione comunale ha intenso ricordare il 9 novembre – al di là della forma istituzionale ormai collaudata e consueta – non come una “giornata della memoria” in sedicesimo, come una declinazione paesana del 25 Aprile, mero raddoppio del ciclo festivo resistenziale/repubblicano, che è alla radice della liturgia pubblica nel nostro paese.
Il 9 novembre, per noi, conferma quanto questo Comune aveva cercato d’essere fin dall’Ottocento: un Ente non solo “liberale” – come aveva detto il deputato radicale Alessandro Fortis alla Camera, il 21 giugno 1884, scagliandosi contro il presidente del consiglio Depretis -, ma “libero”. “Noi – aggiungeva Fortis – non sappiamo considerare il municipio come un ente puramente amministrativo. La nostra tradizione [quella democratica romagnola] è diversa… noi vogliamo il municipio tutore di tutti gli interessi materiali e morali della popolazione”. Allora, i radicali della Vandea Rossa riuscirono a spuntarla. E i figli e i nipoti di quella generazione, perseguitati durante il Ventennio, non tardarono a riproporre, nel dopoguerra, quel modello culturale: che non era, si badi bene, modello di partito, quanto piuttosto un atteggiamento dei reggitori della cosa pubblica nei riguardi della cittadinanza, intesa nella sua dimensione qualitativa, più che nell’accezione aridamente statistica.
Il 9 novembre 1944, lo spirito del Comune forse più avanzato fra quelli romagnoli dell’Ottocento e del primo Novecento, animò di nuovo la vita urbana. Nunc redit animus, “ora si torna a respirare”: si potrebbe dire di quel giorno, chiedendo in prestito a Tacito la frase con cui sigillava la fine del dominio tirannico di Domiziano, durato quindici anni.
A noi interessa mettere in luce questa specificità forlivese, che veniva dal primo Risorgimento e che il secondo rimise in circolo con naturalezza, quasi senza soluzione di continuità: tant’è che esistono testimonianze non postume, ma contemporanee, di quella temperie 1944-45, a fedele registrazione del contenuto democratico-patriottico della lotta in corso contro le forze nazi-fasciste. Specificità, dunque, individuabile nel farsi carico – da parte del Comune – di un sovrappiù di bisogni e di speranze, al di là di quelli delegati per legge; e nell’ancorare la legittimazione di questo lavoro extra, per così dire, non a presunti e improbabili diritti d’origine, ma al consenso della maggioranza, verificato attraverso le elezioni.
Con un’aggiunta significativa, però: se, infatti, l’impegno per la costruzione dell’identità municipale forlivese era stato assai forte, fra il 1870 e il 1910, al punto da impegnare in prima linea uomini come Saffi, Fortis, Gaudenzi (e persone che erano state vicine all’ultima amministrazione democratica, defenestrata dal fascismo nel ’22, avrebbero funto da trait d’union con la nuova, temprata dalla guerra e dalla lotta di Liberazione), ma si era sostanzialmente giocato all’interno del recinto della politica nazionale, dell’equilibrio precario fra centro e periferia, della compressione governativa e della reazione municipale; con il 9 novembre si assistette ad una contaminazione inedita. Sì, perché a giocare, sul terreno locale, si poneva un attore internazionale dalla forza impressionante: l’VIII Armata, con il progetto politico-sociale che queste enormi macchine bellico-logistiche recavano con sé. Sarebbe interessante capire, e studiare nel dettaglio, l’effetto delle quattro libertà rooseveltiane sulla nostra popolazione; o la percezione di un modello di libertà che differiva non poco dalla mera assunzione di responsabilità collettive, in primo luogo per via ideologica, postulato dalla sinistra post-risorgimentale e novecentesca, egemone in città.
Contaminazione vi fu, tuttavia, perché la vicenda di quell’Armata laburista, il cui voto servì a mandare a casa il grande Churchill nel 1945, non è rubricabile secondo i canoni della “normale” amministrazione militare (ammesso che possa esservene una); e, dunque, attraverso di essa, passò pure un allargamento di fronte e d’orizzonte, filtrato dalle prassi e dai modi di vivere, più che dai proclami e dai testi, ancora infarciti, per quel che riguarda i nostri Amministratori, da richiami tutti interni alla vita civile del Paese, dal Risorgimento a Vittorio Veneto.
E’ questa la ragione – Signor Prefetto, caro Presidente -, per la quale, a far data dal 9 novembre 2009, abbiamo voluto collegare a questa nostra unica festa civile forlivese (essendo le altre religiose, come ognun sa) un segno nuovo: la “Festa della Cittadinanza”, destinata ad accogliere e riconoscere quelle famiglie straniere residenti che, nel corso dell’anno trascorso, abbiano ricevuto la cittadinanza italiana. Il 9 novembre, che ha tanto senso – umano, morale, politico – per le genealogie degli indigeni, come il sottoscritto, dovrebbe essere percepito come una data sensibile anche da chi qui non è nato, ma che qui ha deciso di metter radici; e il collegare tutto ciò ad un incontro, all’incontro fra le nostre donne e i nostri uomini e l’esercito kaki multi-etnico e multi-religioso del generale Alexander, risponde bene, a mio avviso, all’opportunità di concepire lo spazio pubblico come un luogo in cui le tante idee di libertà, di democrazia, e anche le mille aspirazioni all’affermazione di sé, siano tutte pienamente legittime, sotto l’egida di una provvida e lungimirante Costituzione, che detti diritti e doveri personali e sociali. E giova qui ricordare che fra poco inaugureremo un’importante mostra promossa dalla Regione, incentrata proprio sulla divulgazione della nostra carta fondamentale: non un caso, ma un progetto di pedagogia civile che abbiamo pensato con accuratezza, per saldare i diversi segni simbolici che abbiamo cercato di far confluire in questo Natale della nostra libertà.

Autorità, cittadini,
quel 9 novembre di trepidazione, di speranza e di paura ha segnato, nella vicenda comunitaria della nostra piccola patria, una discontinuità poderosa: a tal punto che furono in molti, a partire da Franco Agosto e da altri uomini del Cln cittadino, a metterne in rilievo – fin da subito – la portata. Oggi non siamo più sensibili come un tempo alle epigrafi, pur così letterariamente rifinite, di un retore democratico come Piero Calamandrei (una la custodiamo anche noi), autore di un’autentica Spoon River patriottica, democratica e antifascista, nell’Italia della Ricostruzione. Sappiamo tutti che quei versi risuonano diversamente, rispetto ad allora, nei cuori e nelle menti di tantissimi italiani.
Io pure sono consapevole che la mia commozione, che è insieme pubblica e personale, e che rinvia a contesti familiari e a storie raccontate e a figure conosciute nell’infanzia, non può essere di tutti; così come comprendo che è difficile oggi restituire la saldatura fra primo e secondo Risorgimento, che a moltissimi forlivesi d’allora, di tutti i partiti, parve cosa ovvia e naturale. Ci vogliono, per spiegare queste cose, altri contesti e altri strumenti.
Qui basti sottolineare l’evidenza dell’impegno civile di un’Amministrazione che non si arrende alle dinamiche talora un po’ convenzionali della ritualità istituzionale, ma che cerca di approfittarne, scientemente, per gettare un seme di identità, in continuità con l’idea del comune tutore degli interessi pure “morali”, e non solo amministrativi della popolazione: un’idea che ci accompagna, come s’è visto, almeno dal 1884.
A che scopo, si chiederà? Lo scopo, e lo dico ben sapendo che tale parola rischia di suonare amaramente ironica e desueta in quest’Italia e in questa temperie, è, molto immodestamente, l’educazione alla virtù. Virtù non astratta, non assoluta, bensì concreta, praticata, possibile: virtù da piccola resistenza quotidiana alla follia del potere e del privilegio; virtù da indignazione e da ripulsa; banale virtù da uomini liberi, insomma. Quella che talvolta sembra mancare e sembra mancarci: e che, invece, in democrazia, si richiama ad un senso istintivo di coraggio. Ora e sempre.
Roberto Balzani

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