I Mille e noi, 5 maggio 1860

Partenza da Quarto
Non solo per il fatto che, nel corso della spedizione nel Mezzogiorno, sono caduti dei forlivesi, ma soprattutto per il significato che i Mille di Garibaldi hanno assunto nella costruzione del nostro stato-nazione, è opportuno che la nostra comunità ricordi il 5 maggio 1860.

I Mille e noi

Non solo per il fatto che, nel corso della spedizione nel Mezzogiorno, sono caduti dei forlivesi – i cui nomi sono incisi nel marmo in quel lapidario moderno che è l’androne d’accesso al Comune -, ma soprattutto per il significato che i Mille di Garibaldi hanno assunto nella costruzione del nostro stato-nazione, è opportuno che la nostra comunità ricordi il 5 maggio 1860.

La missione “impossibile”, quella fallita dai fratelli Bandiera nel 1844 e da Carlo Pisacane nel 1857, si ripeteva con successo sotto la guida del Generale nel 1860: la fusione, cioè, dei due Risorgimenti, quello centro-settentrionale, essenzialmente antiaustriaco, e quello meridionale, nel quale il tema costituzionale si fondeva con la perdurante conflittualità fra “siciliani” e “napoletani”. Molti uomini avevano cooperato a questo incontro, a partire dai tanti esuli che, dopo la fase del 1848-49, avevano abbandonato il sud per trovare rifugio in Piemonte, unico stato della penisola a conservare lo statuto rappresentativo e liberale. Insigni giuristi, patrioti, filosofi, uomini d’arme, semplici cittadini avevano generato, allora, una prima migrazione, colta ed elitaria, che si sarebbe rivelata decisiva nella fase di formazione della classe dirigente unitaria. Altri avevano vagato per le capitali europee e del Mediterraneo, completando un involontario e forzato percorso di formazione, anch’esso basilare per porre la nuova Italia in sintonia con l’Europa occidentale.

I Mille raccoglievano, alla loro partenza da Quarto, il 5 maggio del 1860, un campionario piuttosto rappresentativo dell’universo patriottico più militante, che l’interruzione improvvisa della guerra contro l’Austria nel Veneto aveva lasciato deluso: il tema nazionale, per loro, andava oltre la fedeltà a Vittorio Emanuele per identificarsi con la ragion d’essere di una generazione. Di contadini, scrisse poi Garibaldi, non ce n’erano; molti, invece, i lombardi, e tantissimi i bergamaschi, raccolti intorno a figure di grande fascino e coraggio, come Francesco Nullo. Ma non mancavano i siciliani, gli emiliani, i toscani: individui dalle vite variegate, giovani e meno giovani, reduci e combattenti freschi e di belle speranze, come Ippolito Nievo, la penna migliore (e più sfortunata) del gruppo.

L’epopea garibaldina, aiutata dall’ostilità esplicita fra isolani ed esercito borbonico, composto da continentali; dalla discreta protezione britannica; dal voltafaccia della classe dirigente siciliana; infine, dal senso di abbandono che rese sgomente le comunità del Mezzogiorno, a causa delle incertezze e dei temporeggiamenti di Francesco II, si iscrisse rapidamente fra gli eventi straordinari dell’Europa dell’epoca. Fra maggio e ottobre, un regno era caduto, un altro era virtualmente sorto: un’eccezione di rilievo continentale.

Ma l’aspetto che merita d’essere ricordato, per ciò che attiene alle nostre comunità, è il senso di partecipazione, diretta o indiretta, sollecitata dalla spedizione. Molti raggiunsero Garibaldi nel corso dell’estate e alcuni caddero durante la battaglia più dura, quella del Volturno; altri, grazie a una fitta rete di comitati patriottici, raccolsero finanziamenti. Si costituì, in quei mesi, un vero e proprio “partito garibaldino”, forse il primo partito articolato su base nazionale, nel quale confluirono parecchi elementi del mondo popolare e borghese delle città e dei paesi. Le medesime parole d’ordine e i medesimi manifesti, i meetings di supporto alla causa e il culto del Generale crearono e unificarono il linguaggio politico, in modo più generico ma certo più efficace di quanto fosse riuscito alla propaganda mazziniana. Il 19 marzo, onomastico di Mazzini e di Garibaldi, i dioscuri della rivoluzione, fu festeggiato con la solennità dei giorni festivi della tradizione religiosa. In breve, in Romagna si radicò, fra il 1860 e il 1867, una pubblica opinione esplicitamente orientata verso posizioni che tenevano insieme nazionalità e programmi, spesso ancora confusi, di giustizia sociale.

Cavour se ne rese conto ben presto, a tal punto da esigere, nella primavera del 1861, lo scioglimento dei volontari e il congedo di Garibaldi: occorreva evitare che la “parte democratica” si radicasse con maggiore velocità di quanto accadeva alla “parte liberale”, ancora legata ai notabilati regionali e spesso agli antichi municipalismi. All’Eroe dei Due Mondi fu riservato il ruolo di testimonial prestigioso ma “asettico” della nazione italiana: troppo poco per il Leone di Caprera, come sarebbe stato evidente di lì a poco. Ma questa, come si dice di solito, è un’altra storia.

Roberto Balzani

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