I comuni nello “Stato Nuovo” di Tremonti & C.

balzani foto costa ridLa manovra finanziaria estiva, divenuta legge allo scadere di luglio (l. 122/2010), ha prescritto non solo un’energica cura dimagrante alle istituzioni periferiche della Repubblica, ma anche una nuova geografia/gerarchia dei poteri e delle funzioni, che sarà bene ricordare ai cittadini in vista delle richieste di servizi, infrastrutture e beni prossime venture.

I COMUNI NELLO “STATO NUOVO” DI TREMONTI & C.
Intervento del Sindaco di Forlì Roberto Balzani
 
La manovra finanziaria estiva, divenuta legge allo scadere di luglio (l. 122/2010), ha prescritto non solo un’energica cura dimagrante alle istituzioni periferiche della Repubblica, ma anche una nuova geografia/gerarchia dei poteri e delle funzioni, che sarà bene ricordare ai cittadini in vista delle richieste di servizi, infrastrutture e beni prossime venture. Ricordo di volata che, dei 12,1 miliardi di tagli previsti per il 2011 (ometto di parlare del 2012, perché dubito che i dati immaginati siano realistici), il 47% sarà a carico degli enti territoriali. I Comuni, in particolare, subiranno un taglio dei trasferimenti pari a 1,510 miliardi, nonostante che essi pesino sul debito pubblico per appena il 2,8% e che contribuiscano alla spesa pubblica primaria per l’8,9%. Alle Regioni andrà molto peggio. Già fortemente frenati negli investimenti da una lettura draconiana del patto di stabilità, gli enti locali conosceranno così una riduzione della spesa corrente in misura mai sperimentata prima nella storia del dopoguerra, senza contare i minori trasferimenti da parte di Regioni e Province (basti pensare al trasporto pubblico locale, al sociale – il fondo per la non autosufficienza è stato azzerato -, alla sanità) e il blocco di fatto di ogni nuova imposta o tassa, fatti salvi gli adeguamenti tariffari. Nell’anno II del federalismo fiscale realizzato, infatti, il grado di autonomia impositiva dei Comuni è crollato al 25,7%, dal 33% che era nel 2007: in pratica, il livello del 1992, quando c’era ancora la Prima Repubblica.
Nella realtà, l’esperienza concreta degli amministratori locali segnala, al netto della retorica governativa, una forte ricentralizzazione dei poteri reali, del resto visibile anche in sede di esecutivo nazionale: in pratica Presidenza del Consiglio, Interni ed Economia e finanze si configurano come tre super-organizzazioni burocratiche nettamente sovraordinate rispetto agli altri dicasteri.
Ma la novità più rilevante, sfuggita forse all’opinione pubblica, consiste nell’idea di Stato cui la manovra, in continuità con l. 42/2009, dà corpo. La cura dimagrante imposta agli enti territoriali, infatti, non si configura come una una tantum nel segno dell’eccezionalità, ma come l’avvio di un processo di riforma strisciante dell’ordinamento, che con l’aspetto economico/fiscale ha a che vedere solo in parte. Non è un caso che la l. 122/2010 rinvii all’art. 21 della l. 42/2009, al cui comma 3 vengono definite le funzioni essenziali (quindi, finanziate attraverso trasferimento statale) dei Comuni. Esse sono: l’amministrazione generale e il controllo; la polizia locale; l’istruzione; il territorio e l’ambiente, esclusi l’edilizia residenziale pubblica e il servizio idrico integrato; il sociale. Fine. Nessun riferimento a sviluppo economico, turismo, cultura, sport e politiche giovanili. Il decentramento, com’è noto, dovrebbe essere abolito. Gli imprenditori, sulla base di questo impianto, dovrebbero indirizzarsi alla Provincia e alla Camera di Commercio. Biblioteche e musei dovrebbero passare, in linea tendenziale, alle Fondazioni bancarie. Certo, ogni Comune, attraverso l’autonomia impositiva (che oggi, ripeto, non ha), potrebbe aggiungere specifiche aree d’intervento, e quindi trattenere presso di sé alcune delle antiche attribuzioni, chiamando i cittadini a partecipare alla spesa; ma il punto nevralgico, che non può passare come una semplice razionalizzazione dei costi, sta nel catalogo dei compiti definiti dal Parlamento.
Perché non se ne parla? Perché forze politiche, associazioni economiche, gruppi d’interesse più o meno organizzati continuano a rivolgersi al sindaco come se fosse il titolare di deleghe delle quali di fatto è stato espropriato? Perché nessuno si chiede come mai gli enti locali hanno subito una rivoluzione silenziosa ancor più radicale di quella seguita all’istituzione delle Regioni a statuto ordinario (peraltro prevista dai costituenti del 1946-47) senza reagire, semplicemente annichiliti dalla grande narrazione pseudo-“federalista” del processo in corso? Assistere da vicino alla fine di un ordinamento amministrativo è, per uno studioso, una sorta di affascinante privilegio; per un sindaco, temo, una tragedia destinata a segnarlo per tutta la vita.

 
Roberto Balzani
Sindaco di Forlì

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