Giuliano Missirini

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Se un gruppo nutrito di cittadini si ritrova per ricordare Giuliano Missirini a dieci anni dalla scomparsa, accade perché forte è la nostalgia non solo dell’uomo, ma anche della Forlì in cui è vissuto.

Questo è il mio ricordo di Giuliano Missirini, illustre uomo di cultura, d’arte e di teatro forlivese scomparso dieci anni fa.
Giuliano Missirini dieci anni dopo
16 gennaio 2010

Se un gruppo nutrito di cittadini si ritrova per ricordare Giuliano Missirini a dieci anni dalla scomparsa, ciò accade perché forte è la nostalgia non solo dell’uomo, ma anche della Forlì in cui è vissuto: una Forlì che sembra allontanarsi poco a poco, soprattutto nei suoi tratti distintivi di comunità dai forti legami territoriali e infragenerazionali.
Anticipo già che Giuliano, a mio parere, è da considerare il maggior narratore forlivese della seconda metà del Novecento; e che la sua figura di apparente chroniqueur, di spettatore impegnato, di bulimico lettore di provincia, conferma una modalità peculiare dell’essere intellettuali a Forlì, che risale addirittura al sanguigno Rinascimento nostrano.
Non è semplice fare i conti con Giuliano: in primo luogo, perché i ricordi personali si affastellano numerosi; in secondo luogo, perché la sua prosa non è affatto morta, ma ben viva e leggibile, nonostante siano trascorsi trenta o quarant’anni. Non capita a tanti; di sicuro, capita ai “classici”. Ma direi una bugia se ritenessi questa la cosa più importante da dire adesso.
Dovete sapere che non si può capire Giuliano, se non si capisce il contesto in cui viveva, ovvero quella parte di Schiavonia, dietro l’antico distretto militare di S. Maria della Ripa, che si apre alla “campagna di città”, all’ultimo lembo di coltura ortiva sopravvissuto all’urbanizzazione, dopo che le mura furono abbattute e i “vuoti” dei terreni conventuali furono colmati dai “pieni” delle abitazioni. La sua piccola casa, dietro il distretto; la pigrizia di una vita da travet; il rapporto con le anime morte della burocrazia; e poi il riscatto geniale affermato nel tempo libero, con lo spaziare dei suoi occhi chiari oltre lo skyline della campagna e della circonvallazione, in un tempo urbano remoto eppure per lui così vivo e presente: Giuliano fu questo e tanto altro. E, ancora, lui che risale a piedi via Maroncelli, a passo lento; lui con il giaccone blu, il berretto scozzese, la barba e i capelli indocili e disordinati; lui in Piancastelli con Piergiorgio Brigliadori, mentre scorrono pomeriggi indimenticabili, almeno per me che ho avuto il privilegio di viverli da semplice spettatore. E poi, infine, lui con il suo spaventoso, naturale talento.
Un talento che, col senno del poi, appare quasi dissipato con noncuranza fra le povere brochures delle piccole edizioni occasionali, ma che, nondimeno, risalta ancor più chiaramente proprio se paragonato col contesto, tutto sommato modesto, in cui ebbe a manifestarsi. Se prendiamo La barchina di carta, ad esempio, appare chiaro – fin dall’impostazione del dialogo – l’influenza de Il guerriero, l’amazzone e lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo di Carlo Emilio Gadda: stessa impostazione ironica, stessa struttura, intessuta su un confronto a tre. Eppure, in epigrafe Giuliano cita, sì, Gadda, ma quello dell’Adalgisa, come a creare una sorta di criptoriferimento, di rinvio indiretto, in stile con lo spirito del divertissement. E non è finita. Nella Guida raccontata di Forlì, il suo volume senz’altro più noto e più fortunato, la definizione “piccola ellisse”, riferita ad una porzione preziosa di centro storico, fra il Duomo e via Morattini, è presa a prestito da un articolo militante di Antonio Cederna, apparso sul “Mondo” nel 1957. E, ancora lì, l’immagine fulminante del “fronte degli orti”, così perfetta nel ritrarre l’istantanea della vocazione rurale di Schiavonia, allude ad un’abilità in bilico fra titolazione giornalistica e cinefilìa. Si potrebbe continuare a lungo.
Perché Giuliano è così radicato nella nostra città? E perché gli piace così tanto il Quattrocento, nel quale si muove a suo agio, fra genealogie aristocratiche e fatti spiccioli di piazza o di bottega? Perché si riconosce in quelle che chiama “storie di seconda mano”: mani apparentemente non intellettuali, non accademiche; da autodidatta, piuttosto: come le sue. O come quelle del pittore “Giovanni di Mastro Pedrino”; o di Leone Cobelli, “pittore e musicista”; o del barbiere “Andrea Bernardi, detto Novacula”. Mani popolari, di un ambiente urbano sanguigno; al pari, alcuni secoli dopo, di quelle di altri cronisti del primo Ottocento, i pur più borghesi Baccarini e Calletti. E’ la particolarità dello stile narrativo locale: le voci superstiti del passato appartengono alla gente del centro, ad uno strato di “laici” assai attivo e presente nelle vie del “cittadone”. Persino un aristocratico del calibro di Filippo Guarini, redattore di un diario imponente, fra Ottocento e Novecento, può essere ascritto, in fondo, a questa categoria di “nativi” e di residenti ben informati delle cose minute e minime per il fatto di viverci, fra corsi e stradine minori, fra piazze, palazzi e selciati. C’è, quindi, una continuità psicologica fra la curiosità di Giuliano e quella dei suoi più remoti predecessori; una continuità impressionante, se misurata sulla scala dei secoli, che induce a guardare al tentativo compiuto dal nostro artista del Novecento come a un autentico “rinascimento”, a una consapevole riviviscenza dello sguardo antropologico maturato dai protonarratori della “piccola patria”.
Il gioco di rispecchiamenti, fra antico e nuovo, si adatta alla memoria della città, che muta e non muta. Mutano i luoghi e le cose, al punto che ci dimentichiamo facilmente di prospettive consuete anche solo alla generazione precedente; ma non muta il modo di raccontarsi proprio della comunità più sedimentata: come del resto aveva notato pure Guido Piovene, nel suo straordinario Viaggio in Italia. I forlivesi, i quali, “caso unico in Romagna” – scrive Giuliano –, in generale sembrano non amare la loro città (forse non l’hanno mai amata, salvo che in rari casi e in particolari congiunture), sono tuttavia affetti da una patologica nostalgia per l’imago urbis del “vecchio mondo”, dissolta o in via di dissoluzione. Si accorgono del patrimonio quando l’hanno perduto. E, così, producono una ricerca che è insieme lamento e tentativo impossibile di ricostruzione e di ripristino. Un’insoddisfazione permanente li agita, rendendoli vittima di una specie di sindrome circolare: il disamore produce distacco (“Mi irritava il vostro disamore. Voi neppure vi siete chiesti che cosa sia una Città”: questa la rampogna immaginaria indirizzata da Leone Cobelli al Novacula e a Mastro Pedrino, secondo Giuliano), il distacco produce abbandono, l’abbandono produce, appunto, nostalgia per il buon tempo andato. La quale, a sua volta, alimenta la percezione alterata delle urgenze del presente.
L’antidoto, per Missirini, era raccontare questi processi, che andavano sviluppandosi sotto i suoi occhi, utilizzando uno stile ironico, apparentemente leggero, mai sarcastico. Esso reggeva il filo del discorso, e cuciva i continui rinvii impliciti fra ieri e oggi, fra la contemporaneità del Quattrocento e quella del Novecento, che era poi il fulcro della sfida interpretativa – insieme antropologica e letteraria – del nostro Autore. “Se non si impegna tutta la vecchia Forlì – si legge nella Guida, quasi un programma culturale per un’amministrazione civica “nuovo modello” -, quella più opaca e povera, se non si integra il tessuto cittadino con rammendi di natura sociale, se non si crea una serie di complessi esemplari per rispetto estetico e clima umanistico, il tempo sarà breve perché funzionali e pressurizzati grattacieli sostituiscano le case patrizie già spogliate”. E ancora: “Si demoliranno imbarazzanti muraglie, si spianeranno giardini silenziosi, si cancelleranno le stradine sinuose che reticolano la città vecchia”.
A preoccupare Giuliano non era, però, l’inevitabile oblio, che avrebbe travolto cose e persone: “Io, per me, oggi, che Santa Croce abbia sei colonne invece del portale di Mastro Marino – sono le parole che mette in bocca a Mastro Pedrino -, oggi io dico: sia così, se così deve essere… Tutto si disperde”. E, dunque, che il processo sia ineluttabile, pare perfino ovvio. Ma non sta qui il problema. Il problema è la consapevolezza: la consapevolezza di ciò che è accaduto e di ciò che accade, con il carico di responsabilità che ne deriva, verso i viventi e verso le generazioni passate e future. Qui sta il contenuto, per così dire, “di lungo periodo” della riflessione di Missirini. Che egli riassumeva a passo di carica, con la consueta nonchalance: “Dunque: Umbri, Celti, Romani, Goti, Bizantini, Longobardi. Poi il Comune […]. Una città orgogliosamente ghibellina. […] E dal Comune alla Signoria, come in tanta parte dell’Italia centrosettentrionale: Ordelaffi per oltre due secoli, Riario-Sforza per due decenni, Cesare Borgia per tre o quattro anni. Quindi, col 1504, lo Stato della Chiesa fino a metà Ottocento”. Il deposito di queste eredità non è il medesimo: alcuni periodi, in termini di memoria culturale, sono assai più prolifici di altri, indipendentemente dalla tenuta nel tempo. Così, se il Valentino sarebbe stato una “bolla di sapone”, è pur vero che la sua leggenda avrebbe contribuito a nobilitare la città, facendola transitare, senza suo merito, nella “grande narrazione” della crisi italiana di fine Quattrocento. Così come il passaggio di Dante, circa un paio di secoli prima, avrebbe salvaguardato un frammento d’identità in grado di stabilire un ponte fra la “piccola patria” e il resto, dalla nazione alla repubblica universale delle lettere: identità perduta, beninteso, e difficilmente decifrabile, al pari del dialetto che il “ghibellin fuggiasco” testimonia aver trovato presso i nostri antenati, in quella spettacolare aurora linguistica che fu il suo tempo.
Bisognerebbe studiarlo bene, Giuliano Missirini. Il ricordo frammentario non gli rende merito, anche se la dimensione del cammeo, del rapido profilo, della battuta fulminante, del collage portentoso danno il segno di un percorso segnato da sbalzi e intuizioni progressive, alternati all’inevitabile spleen, frutto del clima culturale della provincia, di una città che non l’aveva mai riconosciuto, in fondo, per ciò che era e per ciò che valeva. Di qui il suo ritrarsi fra le pietre di una Forlì che era sua fisicamente, ma non cronologicamente; e, nella fase più matura della sua vita – quella che posso testimoniare per conoscenza diretta – il netto prevalere dello studio e della riflessione intorno al nostro Quattrocento, rispetto all’esuberanza estroversa della prima, segnata dall’esperienza teatrale e da un senso vitale di ricostruzione e d’impegno, non a caso coincidente col ritorno della libertà. Ma, meglio di me, lo stesso Giuliano, compilando un sapido epitaffio preventivo, ha saputo dire, vergando un bilancio del suo profilo d’artista, il 22 maggio 1995, in calce alla Barchina di carta:
“Cala la tela, e io ne approfitto per acchiappare lo scadere del mezzo secolo di attività amatoriale, e indorare così la mia giubilazione. Avevo esordito, infatti, la sera del 7 ottobre 1945 sul palcoscenico della Sala Gaddi: cameriere di scarse e scarne battute in “Scampolo” di Dario Niccodemi. Dopo quel teatrino, altro non avrei fatto che dilettarmi, prima col teatro di prosa fino all’argento dei 25 anni, poi con una prosa a fraseggio drammaturgico per altri 25. Un divertimento durato 50 anni; che altro avrei potuto chiedere alla vita?”.

Roberto Balzani

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